Raffaele Ciriello, fotoreporter di guerra, muore a Ramallah, nei Territori Occupati, il 13 marzo 2002, colpito in pieno da una scarica di proiettili 7,62 Nato sparati da un carro armato mentre cerca di documentare gli scontri tra miliziani palestinesi e militari israeliani. Accanto a lui c’è il giornalista Rai Amedeo Ricucci e il suo cameraman. L’inchiesta sui responsabili della morte di Raffaele viene in seguito archiviata perchè Israele rigetta la rogatoria internazionale avanzata dai giudici italiani. Cristiano Tinazzi, giornalista freelance, ne ha parlato proprio con Amedeo Ricucci in una intervista che ci ha messo a disposizione.
Il tuo libro nasce dall’esigenza di raccontare un fatto.
Diciamo che nasce dall’esigenza di non dimenticare un fatto che era stato volutamente dimenticato. Qualsiasi giornalista cinico – come direbbe Kapuscinski – avrebbe scritto un instant book per fare soldi. Il libro è stato invece scritto dopo due anni. Per un anno e mezzo mi sono impegnato a scrivere degli articoli in occasione delle varie tappe dell’inchiesta che era stata aperta in Italia, attaccando anche l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa. Quel fatto è stato dimenticato come ne sono stati dimenticati altri. Ho cercato di non farne però una questione politica. Chiunque abbia letto il libro sa che ci sono anche parti dure contro i palestinesi.
Si, è abbastanza equilibrato…
Guarda, io alla par condicio non ci ho mai creduto. Bisogna raccontare le cose per come stanno. Ci sono delle storture anche nel rapporto che hanno i palestinesi con l’informazione. Ed era giusto denunciarle. Era giusto denunciare anche il fatto che quella di Raffaele è stata una morte di serie B. Rispetto al clamore che si continua a dare sull’assassinio di Ilaria (Alpi, Ndr.) per esempio, ci sono altre morti che invece non vengono tenute in considerazione. Antonio Russo è stato ammazzato in Georgia e nessuno se ne è occupato. Raffaele Ciriello, che pure faceva foto per un giornale importante come il Corriere della Sera, è stato dimenticato volutamente e non è stata data dall’informazione la dovuta attenzione all’inchiesta.
C’è ancora spazio per fare giornalismo di guerra oggi?
Si, a patto però di fare i conti sia con le veloci trasformazioni avvenute nel modo di fare la guerra e dall’altro su quelle dell’informazione. Fare giornalismo d’informazione vuol dire partire dal presupposto che l’informazione non può essere una merce venduta come le altre tra uno spot e l’altro. Non ha alcun senso.
(Il Mucchio Selvaggio, marzo 2008)


Di un dono prezioso come quello della parola l’uomo dovrebbe fare miglior uso x l’opera di unione e di comprensione fra i propri simili ,così lontana ,ancora,dalla realizzazione. Ma ahimè ,ogni giorno Diventa strumento peggiore . Si mentisce con facilità,si fanno discorsi pieni di orpello retorico x suscitare ammirazione,x stupire e averne l’applauso. Parole pronunciate non x farsi capire ma x farsi ammirare.chiunque voglia fare un passo avanti,deve guardarsi con molta cura dall’uso indiscriminato della lingua:essa è un piccolo muscolo,ma capace di molti danni ,purtroppo,non sempre prevedibili. Mai deflettere dai propri sostanziali principi che come detta la coscienza,bisogna affermare con coraggio ,senza paura di nessuno.